"No prison", ecco il manifesto contro il carcere come punizione

Firmato da Massimo Pavarini e Livio Ferrari, spiega in 20 punti le ragioni del no al "sistema della giustizia penale come solo dispensatore di sofferenza". “Il 70% dei reclusi è recidivo. I detenuti potrebbero essere responsabilizzati in libertà”.

Redattore Sociale - 14 luglio 2014
FIRENZE “Il sistema della giustizia penale come solo dispensatore di sofferenza non è tollerabile”. Inizia così il manifesto ‘No prison’ per la dignità degli esseri umani in carcere e soprattutto per la prevenzione della devianza. Il manifesto è firmato dal giornalista Livio Ferrari e dal professore di Scienze giuridiche Massimo Pavarini. E’ suddiviso in 20 punti che analizzano il carcere odierno con occhi critici. Secondo il manifesto sono entrate “in irrisolvibile crisi le modalità punitive. Prima fra tutte, il carcere. Il fallimento carcerario è da tempo universalmente ed unanimemente riconosciuto. La pena carceraria aveva al suo apparire persuaso per la sua efficacia preventiva. Il tempo ci ha mostrato, senza ombra di dubbio, da vero galantuomo, che ci eravamo illusi: il carcere ha clamorosamente fallito ogni finalità preventiva della pena”.
 “L’aumento della popolazione carcerata rende evidente come la paura della punizione non sia un argomento capace di ridurre i reati” dice il manifesto. In supporto di queste teorie il manifesto parla di dati: “I detenuti risocializzati alla legalità, sono ovunque pochi e lo sono ‘nonostante’ il carcere e non ‘in virtù’ del carcere. La recidiva, in quasi tutto il mondo, supera il 70%. La stragrande maggioranza di chi oggi è in carcere non lo è per la prima volta e non lo sarà per l’ultima. Non esiste Paese al mondo che a questa regola faccia eccezione”.
Il manifesto lascia addirittura intendere l’idea di un superamento del carcere. “Più del 90% delle persone che sono oggi in carcere, potrebbero essere ben diversamente responsabilizzate e controllate in libertà: attraverso opportunità pedagogiche ed assistenziali, attraverso modalità lavorative e formative, attraverso risposte economiche, attraverso opportunità risarcitorie”. E ancora: “L’istituto della mediazione deve entrare stabilmente nel sistema della giustizia penale, in modo da poter essere applicato nelle diverse fasi della vicenda giudiziaria ed esecutiva, a seconda delle disponibilità e possibilità”. E infine: “La risposta alla criminalità attraverso la libertà deve coinvolgere tutti i soggetti sociali del territorio e non può più essere lasciata solo agli esperti”.